3096 GIORNI

il mio urlo silenzioso

La produzione sarà pronta per la stagione 2014\2015

 

“Non ho mai urlato di disperazione o per fame. Il mio corpo non aveva la forza di farlo. Il mio era un urlo silenzioso“.

Natascha Kampusch

 

3096 giorni è il libro scritto da Natascha Kampusch e racconta di come si è svolta la sua prigionia fin da quando un maniaco, poi suicida al momento della sua fuga, la rapì ancora bambina. Era infatti il suo carceriere, Wolfgang Priklopil a decidere quando lei poteva dormire, quando poteva mangiare, quando addirittura poteva andare al bagno. Natascha fu rapita all'età di 10 anni, troverà la libertà dopo otto anni, riuscendo a fuggire dall'appartamento di 12 metri quadri in cui veniva segregata. Alcuni ricordano il suo viso pulito e spaventato, altri il suo nome.

Siamo partiti dal libro scritto da Natascha nel 2010, un racconto che è diventato un film e che uscirà in Italia alla fine del 2013, per andare ad analizzare e comprendere l'istinto di sopravvivenza che nasce in circostanze estreme, il coraggio di una persona e la capacità di resistere nelle situazioni più difficili. Non è solo la storia di Natascha, è anche quella di Gina Dejesus, Amanda Berry e Michelle Knight, ritrovate a Cleveland dopo 10 anni, e di Jaycee Dugard rapita all'età di 11 anni nel giugno 1991 da South Lake Tahoe, in California, che riappare dal nulla 18 anni dopo, nell'agosto 2009, quando il suo rapitore, Phillip Craig Garrido, con precedenti per reati sessuali, si costituisce insieme a lei presso un ufficio giudiziario di Concord. E' la storia di Elisabeth Fritzl tenuta per 24 anni segregata in un appartamento-bunker dal padre, Josef Fritzl, nella cittadina austriaca di Amstetten, dall'agosto 1984, quando i coniugi Fritzl denunciano la fuga da casa e la scomparsa della loro figlia di 18 anni, all'estate 2008, quando si scopre la vicenda.

 

 

“Stavo camminando verso la scuola, vidi quel furgone bianco, e quell’uomo. Ebbi una paura irrazionale, ricordo la pelle d’oca. Ma mi dicevo tra me: «Niente paura, niente paura». Quante volte mi ero vergognata della mia insicurezza: avevo dieci anni, vedevo gli altri bambini più indipendenti. Ero piccola, in quell’istante mi sentii sola, minuscola, impreparata. Ebbi l’impulso di cambiare lato della strada, non lo feci. Poi i miei occhi incontrarono quelli di quell’uomo, erano azzurri, aveva i capelli lunghi, sembrava un hippy degli anni Settanta. Pensai che lui sembrava quasi più debole di me, più insicuro. Mi passò la paura. Ma proprio quando stavo per superarlo lui mi prese, mi lanciò nel furgone. Non so se gridai, se mi difesi. Non lo so, non lo ricordo”. N.K.